Unire i puntini

Pubblicato il da Uburoi

http://www.applerumors.it/wp-content/uploads/2011/01/steve-jobs1.jpgÈ difficile dopo tanti anni ricordare che Natale fosse. Forse il 1984, forse il 1985. Sta di fatto che proprio non riuscivo a trovare sotto l'albero il regalo dei miei genitori, malgrado quelli dei miei zii, di mia nonna, di mio fratello fossero tranquillamente al loro posto. Fu quando la mia espressione si fece troppo perplessa che mio padre, con il sorriso di chi va matto per i piani ben riusciti, mi indicò il tavolo del salotto: lì sopra - fasciato in un modo che non mi ingannò nemmeno per un secondo - c'era un computer. Non avevo pensato a guardare in alto.

All'epoca spopolavano i videogiochi portatili con schermo LCD e io avevo chiesto null'altro che uno di quelli. Mi era arrivato molto di più. Nei giorni successivi cominciai a prendere confidenza con quel monitor in giallo e nero (o a fosfori gialli, come diceva chi se ne intendeva), i libri della Jackson Computer che spiegavano i primi rudimenti del Basic, i dischetti da 5,25 e quella targhetta sopra la tastiera che diceva, con un nome un po' da navicella spaziale, "Apple II Europlus". Ero l'unico ad averne uno tra tutti i miei amici, che invece mi parlavano di ZX Spectrum, Vic 20, Commodore 64.

Quella sensazione - essere il solo ad avere un computer simile - mi avrebbe accompagnato per molti anni. Da una parte mi isolava in un mondo lontano dalle cassette sul cui retro c'erano scritti i numeri del contatore che segnalava l'inizio del tale gioco, dall'altra imponeva una sorta di elitarismo di sopravvivenza (chiamiamolo così) che probabilmente mi influenzò più di quanto sia ora disposto ad ammettere. Le serate passate a giocare a Dig Dug, a creare piccoli filmati con un programma che si chiamava "Take 2", a disegnare fiocchi di neve con programmi rigorosamente copiati dal manuale passavano veloci. Nemmeno mi immaginavo che la tecnologia che stavo usando era vecchia di qualche anno.

Può darsi che se avessi avuto uno di quegli altri computer sarei diventato un ingegnere informatico, come molti dei miei amici di allora. Rimasi, in un certo senso, sempre sulla superficie, perché più che il dentro del computer mi affascinava il modo con cui questo riusciva a dialogare con l'utente, con il non essere uno strumento fine a sé stesso ma il mezzo per fare qualcosa: esprimersi creativamente, insomma. Anche oggi, che gran parte del mio lavoro consiste nello scrivere testi accademici o destinati alla pubblicazione editoriale, non potrei pensare a un altro computer per farlo.

Qualche anno dopo andai a trovare mio padre nel suo ufficio, e nello studio di uno dei suoi grafici - all'epoca un lavoro per pochi, avvolto in mistiche nebbie simili a quelle degli antichi alchimisti - vidi sulla scrivania (di nuovo: in alto) una piccola scatoletta color beige che portava la scritta "Macintosh Plus". Lo accesi, e ne fui così folgorato che da quel giorno cercavo ogni scusa per andare a visitare papà al lavoro, fino a quando il grafico non cambiò computer e si fece comprare un Macintosh Classic: il Plus finì a casa mia. Lì, nello studio di mio padre, ignorando i richiami di mia madre sulla cena ormai pronta, mi rendevo conto che non dovevo più convicermi di avere un computer migliore: era vero. Quando lo accendevo, un suo disegno stilizzato mi sorrideva. Benvenuto in Macintosh.

Per me, ed è sempre più difficile spiegarlo a chi si è avvicinato ai prodotti della Mela solo ora, Apple è il Mac. I miei amici continuavano a prendermi in giro perché lo schermo era monocromatico, ma non mi importava. Io avevo le cartelle. Il pannello di controllo. E - perdonatemi, ma l'età era quella - giochi meravigliosi: Crystal Quest, Dark Castle, Uninvited e Shadowgate, Scarab of Ra... e quello strano scatolotto, il mouse, che rendeva facilissimo stampare un file o copiarlo dal dischetto a uno dei primi hard disk in commercio. Quando sbagliavo il clic si sentiva boing. Il salvaschermo (Pyro!) visualizzava dei fuochi d'artificio da star delle ore a guardarli.Era un amico, un compagno di giochi. I floppy ora erano da 3,5, blu e neri, e ognuno di essi portava con sé almeno quattro o cinque meraviglie, che il grafico di mio padre aveva rimediato chissà dove. Poi, via via, cominciai a crescere e interessarmi anche ad altre cose, come lo straordinario Hypercard, che ti permetteva di creare vere applicazioni in un batter d'occhio. O le prime versioni di Photoshop, non appena ebbi uno schermo a colori. O ClarisWorks. Tutta la mia vita informatica ha sempre parlato il linguaggio di Apple, dall'arrivo del primo lettore di CD-Rom esterno alle stampanti Stylewriter che disegnavano vere opere d'arte su carta.

Gran parte della mia esperienza Apple è passata senza Jobs. Probabilmente quel lontano Natale lui era già stato estromesso dalla guida dell'azienda. Ho seguito le sorti del Newton e il drammatico tentativo, immediatamente abortito, di dare il sistema operativo in licenza ad altre case. So chi è Gil Amelio e ricordo come la sensazione di isolamento, a metà anni Novanta, si facesse sempre più soffocante.

Poi tornò lui, quell'uomo in maglioncino nero e occhialini tondi, e cambiò di nuovo tutto.

OS X, o come dicevamo noi il Dieci, era un passo avanti da gigante. Ancora. La gente rideva dei "computer colorati" ma i primi iMac spuntavano come funghi un po' dappertutto. La gente diceva che gli Zune erano meglio ma la trovavi con le cuffie bianche infilate nell'orecchio. La gente non perdeva occasione di ricordare il fallimento del Cube, ma erano già in ritardo: Steve, ed Apple, avevano già fatto uscire qualcosa di nuovo, qualcosa che costringeva loro e i vari Bill Gates o Paul Allen a mettersi le mani nei capelli, pensando e adesso come li riprendiamo?

Ho avuto un Macintosh IIsi, un Quadra, un Performa, un iMac Grape, un G3, un G4, un iBook, il MacBookPro dove sto scrivendo ora. E col tempo ho smesso di cercare di consigliare gli altri su quanto il System e poi OS X fossero anni luce avanti rispetto ai concorrenti, o su come la facilità d'uso e l'intuitività dell'interfaccia fossero valori fondamentali: anche i miei amici - quelli di prima - cominciarono a girare con gli iPod, poi gli iPhone, infine gli iPad. Se Steve Jobs fosse morto quindici anni fa, la sua notizia sarebbe un trafiletto sul giornale, oggi ci sono ovunque dossier apposta su di lui, Apple Store a lutto, milioni di persone che piangono come se avessero perso un amico. O un parente. Chiunque ripete stay hungry, stay foolish pronto a dimenticarsi l'essenza di questo messaggio in un paio di giorni, quando la vita quotidiana renderà molto più rassicurante non mettersi di traverso a nessuno e scegliere la via già battuta da altri.

Per quanto possa sembrare arrogante - e arrogante lui lo era, parecchio - credo che oggi, secondo me, chi è convinto di avere imparato qualcosa da Jobs non pianga più di tanto: ma ringrazia, sorride e guarda avanti. All'avventura del giorno dopo.

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A
<br /> Davvero illuminante..<br /> <br /> <br />
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