In Cupertino there is a barber showing photographs
Si è parlato molto, soprattutto negli ultimi tempi, della passione che Steve Jobs aveva per i Beatles. Walter Isaacson racconta che durante le interviste spesso il nostro smetteva di parlare e accendeva un iPod che teneva sulla scrivania, ascoltando qualche disco dei Fab Four (col giornalista che, probabilmente, aspettava con pazienza che lui riprendesse a parlare). Una delle più accreditate origini del nome "Apple" viene, come tutti sanno, dall'etichetta dei Beatles, e Dio solo sa quanto siano pesate a Jobs le diatribe ventennali con McCartney sull'autorizzazione a usarlo per la propria ditta. E non si spiega altrimenti che con una devozione da fanboy - proprio da parte di chi di fanboy ha generato intere schiere - l'annuncio in pompa magna riguardo all'arrivo del catalogo dei quattro di Liverpool su iTunes, quando la maggior parte dei commentatori, dopo gli annunci altisonanti da Cupertino che parlavano "giorno storico per la musica", una volta di fronte al fatto opposero un perplesso "embè?".
Jobs dichiarò la sua passione per i Beatles anche e soprattutto per le dinamiche di gruppo. Una band che riusciva a dare risultati straordinari per le alchimie che si erano creati tra il carisma ribelle di Lennon, il talento melodico di McCartney, lo spiritualismo esotico di Harrison e la simpatica normalità di Ringo, irresistibile relief comico ma metronomo troppo spesso sottovalutato. Un qualcosa di più grande della somma delle parti, seguendo un meccanismo che Steve aveva sempre sognato per Apple e che ora, con lui scomparso, finalmente si può realizzare. Non stiamo a raccontarcela: Jobs non avrebbe mai accettato di essere un musicista alla pari con altri tre, lui era il dominus. Per questo non mi convincono troppo le voci di BusinessWeek e San Francisco Chronicle, riportate da Repubblica, su un prossimo futuro da nuovo autocrate di Apple per l'allucinato e geniale Scott Forstall, padre di OS X e iOS.
No, mi viene molto più facile pensare che Steve - uomo a cui è stata concessa la dubbia fortuna di conoscere con ragionevole anticipo la probabile data della propria morte, e regolarsi di conseguenza per il futuro del suo impero - abbia contrapposto di proposito personalità differenti e a volte del tutto antitetiche per l'upper management di Cupertino (ad esempio, pare che Mansfield e Ive non possano nemmeno vedere Ive da lontano). Non è un caso se proprio pochi giorni fa AppleInsider parlava di "potere assoluto" per Ive, che non ha letteralmente un capo sopra di lui - e, guarda caso, non ha altre ambizioni se non il design nel senso più alto del termine.
Se dobbiamo scegliere quattro vicepresidenti, i quattro Beatles di Jobs, con tutta probabilità questi sarebbero Cook, Schiller, Ive e Forstall. Ci si può divertire a trovare delle corrispondenze - il sorridente Schiller è un Ringo Starr del marketing, il gentile Ive (vero artista di una "melodia delle cose") piace alle donne come Paul, l'ascetico Cook condivide più di un tratto con la presenza fondamentale ma discreta di Harrison e Forstall, il più visionario e caratteraccio di tutti, potrebbe essere una versione un po' nerd di Lennon. Giochi, chiaro; ma è possibile che un amante della simmetria come Jobs a un quadriumvirato di questo tipo abbia pensato più di una volta. I Beatles, dopo l'inventore della musica.